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Personaggio
Kiora3
Nome Kiora
Originario di Zendikar
Lifetime Data Sconosciuta
Razza Tritone Planeswalker
Titolo
  • della Grande Onda
  • Signora delle Profondità
Stato Viva


Kiora è una nereide planeswalker che usa il mana blu e verde.

Kiora venera i mostri marini delle profondità, in particolare leviatani e kraken. Per lei queste creature degli abissi incarnano le cose migliori che la vita può offrire e sono resistenti alle potenti forze della natura. La natura contrastante della sua magia, l'ha trasformata in un individuo particolare: apprezza la forza bruta, ma rispetta e ammira la forza della vita e dell'ingegno. È di natura calma e pacifica, una ragazza sognatrice che desidera le cose più strane e bizzarre.

AscesaModifica

Insieme a sua sorella Turi, Kiora esplorò a fondo Zendikar per soddisfare il suo bisogno di andare oltre i confini. In una delle esplorazioni vennero attaccate da un serpente marino che uscì dall'oscurità per divorarle. Kiora scattò in avanti, attirò l'attenzione del serpente e urlò a sua sorella di nuotare e non girarsi mai. Turi fuggì, ma si voltò e il suo volto terrorizzato fu l'ultima immagine che Kiora vide prima che le fauci del serpente si chiudessero su di lei e il mondo si dissolvesse, mentre la sua scintilla si accendeva in un momento di estremo terrore, facendola viaggiare nella cieca eternità.

Passarono mesi prima che Kiora riuscisse a trovare un modo per tornare su Zendikar e dal suo popolo. La rivelazione dell'esistenza di altri mondi svanì di fronte alla sua certezza di non aver fatto abbastanza per salvare Turi, ma quando infine tornò, ritrovò la sorella e la vide magra, dagli occhi lucenti e devastata dal senso di colpa per il sacrificio di Kiora. Dopo quel giorno le due strinsero un patto: Kiora promise che sarebbe sempre tornata e Turi che l'avrebbe aspettata.

Figli degli DeiModifica

Dopo che gli Eldrazi iniziarono a vagare liberamente su Zendikar, Kiora viaggiò tra i piani per rafforzare la sua connessione con la magia degli oceani e raccogliere abbastanza potere da sconfiggere i tre titani che stavano devastando il suo mondo. Ossessionata dalla sua ricerca, Kiora non si preoccupa dei danni che potrebbe causare.

TherosModifica

Arrivata su Theros alla ricerca delle creature marine del piano, Kiora evocò uno tsunami per poterle richiamare. L'onda si abbattè con violenza vicino a Meletis causando notevoli danni e attirando i tritoni che avvertirono una nuova fonte di potere nel loro regno e ne cercarono l'origine, trovando la planeswalker che cavalcava l'acqua sopra un leviatano gigante. Vedendola alcuni di essi credettero che fosse un araldo o un avatar di Thassa, dea del mare.

Kiora non trovò le creature che cercava, ma al loro posto incontrò i marinidi, le cui teste spuntarono fuori dall'acqua sul suo percorso. La planeswalker pensò che avrebbe potuto ottenere alcune risposte e fermò il leviatano, li guardò e vide che alcuni di loro la guardavano con paura e soggezione. Chiese dove fosse. Uno dei tritoni si fece avanti e le rispose che era vicina a Meletis nel Mare Sirena. Kiora aggrottò la fronte e fece un gesto indicando tutto intorno: il mare, la terra e il cielo; poi fece nuovamente la sua domanda. Gli occhi di colui che le aveva risposto si spalancarono, mentre i suoi compagni iniziarono a mormorare tra loro che aveva scelto Nyx, su Thassa e qualcosa circa Il Silenzio. Il portavoce le rispose che lei era su Theros nel mondo dei mortali. Kiora sorrise ma non disse nulla, lasciò che continuassero a parlare tra loro comprendendo che alcuni pensavano fosse la loro dea. Chiese se avevano delle domande da farle e l'oratore le chiese chi fosse. Lei rispose se dubitasse davvero di lei e lui disse di no, che i tritoni erano sempre stati al suo servizio, ma chiese com'era possibile che lei sfidasse il Silenzio. La planeswalker chiese cosa indenteva e lui rispose che quando Krufix parlò le altre divinità si ritirarono a Nyx e che i mortali avevano chiamato la loro assenza il Silenzio. Spiegò che le preghiere non ottenevano risposte, che il cielo notturno era pieno di tenebre e stelle immobili. Disse che erano spaventati da tutto ciò. Kiora rispose che lei si muoveva con le correnti e che il Silenzio non la vincolava. Il tritone rispose che erano stati portati a credere che vincolasse tutti gli dei e uno dei suoi compagni aggiunse che era stato il crimine di un umano a provocare il Silenzio: l'uccisione dell'idra di Nylea, da parte della campionessa del sole. Terminò che tutto ciò non riguardava Thassa e che non aveva senso che loro soffrissero per colpa degli abitanti della terra ferma. Kiora comandò in silenzio al leviatano di abbassare la testa, poi indicò colui che le aveva risposto per primo e gli disse di andare con lei. Il leviatano si alzò nuovamente e i due poterono parlare in privato. La planeswalker gli chiese il suo nome e se credeva che lei fosse Thassa. Lui disse di chiamarsi Kalemnos e rispose di no perchè non credeva che Thassa avrebbe sfidato così sfacciatamente il più anziano degli dei. Kiora gli chiese chi pensava fosse allora e lui rispose che poteva essere un emissario della dea del mare, inviata a guidare i tritoni durante la sua assenza. Kiora chiese ancora cosa sarebbe successo quando la dea sarebbe tornata e lui rispose semplicemente che avrebbero scoperto realmente chi fosse. Kiora sorrise, disse che andava bene e poi chiese se voleva aiutarla. Kalemnos guardò il mostro marino così vicino ai suoi compagni che avrebbe potuto divorarli tutti in una volta sola poi acconsentì. La planeswalker disse che aveva cercato le possenti creature degli abissi ma che non aveva trovato nessuno. Il marinide rispose che il mare era vasto e che nemmeno loro conoscevano i suoi confini. Kiora disse di considerarla una missione da parte di Thassa e che avrebbero esplorato le profondità. Gridò agli altri marinidi di seguirla e il leviatano cominciò a muoversi. Chiese altre informazioni sulle creature del mare e Kalemnos cominciò a parlarle dei terribili mostri marini che appartenevano agli dei e che ubbidivano solo a essi. Stanca ma troppo orgogliosa per mostrarlo, Kiora guidò in silenzio ascoltando i racconti, il leviatano nuotava con tratti costanti, lontano dalla riva, verso il mare aperto e tutti i suoi segreti.

Journey into Nyx: Godsend, Parte 2Modifica

Approfittando delle leggende del piano, Kiora prese in prestito varie identità mentre acquisiva sempre più potere. Una delle sue facciate fu quella del leggendario marinaio che si diceva avvesse viaggiato in tutta Theros e che fosse arrivato fino a Nyx. A causa di questa bugia, il suo percorso la portò a incrociarsi con quello di Ajani e Elspeth Tirel che la cercavano per le sue abilità, nella speranza che potesse aiutarli a raggiungere il Tempio del Mistero. Quando Ajani usò la sua magia per richiamare la leggendaria nave affondata, Kiora apparve dal profondo del mare insieme a essa e accettò di portarli a destinazione. Tuttavia, la nereide non aveva accettato di aiutarli per altruismo, ma per raggiungere il suo obiettivo e durante il viaggio fu molto attenta a non lasciarsi sfuggire nulla che avesse potuto allarmare i due planeswalker. L'inganno di Kiora venne rivelato quando raggiunsero la città sommersa di Arixmethes che in realtà era un'enorme kraken su cui era stata costruita la città e la nereide era intenzionata a ottenerlo per sé.

Goccia per gocciaModifica

Percependo l'arrivo di Thassa, Kiora lasciò Ajani e Elspeth sul Monsone e si gettò in acqua. La planeswalker lanciò una magia per nuotare più velocemente, le sue bracccia si allungarono con uno schiocco e si immerse nelle onde, l'ultima immagine daventi ai suoi occhi prima che le acque si chiusero su di lei fu il Grande Occhio, una delle tante forme della dea del mare, che fuoriuscì dalle acque e osservò tutti e tre i planeswalker e in particolare Elspeth. Kiora sapeva che la donna veniva chiamata la Traditrice, ma non aveva mai compreso i dettagli precisi del suo crimine dal momento che si era presentata come una divinità, non poteva fare molte domande ma si augurò che la presenza di Elspeth avrebbe distolto l'ira di Thassa abbastanza a lungo per permetterle di preparare la sua mossa. Kiora si immerse e andò sempre più in profondità, spinta tra le acque dal suo corpo allungato intorno a lei tutto diventò più oscuro, freddo e silenzioso. La pressione si fece enorme e l'acqua che entrava nelle sue branchie era incredibilmente gelida. Kiora percepì le grandi forme che si muovevano intorno, ma non poteva vedere nulla; l'oscurità era totale. Quando pensò che sarebbe dovuta tornare indietro, il suo palmo toccò la silenziosa superficie del fondo marino, si arrestò a testa in giù, disorientata per un momento, poi sorrise e iniziò a pronunciare la sua magia. Kiora emise un impulso di potere per richiamare gli enormi esseri che percepiva in movimento intorno a sè, si trattava delle creature che non aveva trovato al suo arrivo; i veri colossi delle profondità che Thassa teneva come bestiame nell'oceano profondo. Finalmente li aveva trovati e sebbene la dea del mare fosse vicina, era distratta e Kiora ne approfittò per parlare con i kraken e i leviatani e disse loro di ascoltarla, che non era la loro maestra ma che gli avrebbe dato la libertà. Le creature si mossero nelle profondità, risvegliandosi dal loro riposo in ascolto e Kiora si chiese cosa avrebbe dovuto fare pensando che ottenere la loro attenzione era stato facile. La planeswalker attraversò la cieca eternità, raccolse l'essenza di ogni bestia marina che avesse mai chiamato propria, attirò a sè quelle essenze, una dopo l'altra e le manifestò nei mari di Theros. Lo sforzo fu immenso, ma nuove forme uscirono dall'oscurità e i loro fastidiosi schiocchi e brontolii la misero a dura prova, gli abitanti di quelle acque e i nuovi venuti la circondarono e scattarono, analizzando le creature intorno a loro cercando di determinare una gerarchia. Kiora pensò che andava bene e poi disse loro che erano rimasti dormienti troppo a lungo, ma che ora erano stati risvegliati, che erano affamati, che erano suoi e potevano andare a nutrirsi. Il loro movimento eruppe intenso intorno a lei, che afferrò gli aculei di uno dei serpenti che aveva evocato e si strinse sul suo dorso durante la salita in superficie.

Kiora pensò che non sapeva più a chi affidarsi per la buona sorte, per molti anni aveva rivolto segretamente preghiere a Cosi, la divinità ingannatrice dei tritoni di Zendikar, non aveva mai ritenuto se stessa ingannatrice, un membro devoto del culto, ma aveva rivolto le sue preghiere a quelle divinità e aveva disprezzato in silenzio i seguaci di Emeria e Ula. Si disse che era stata una sciocca, quelle tre divinità erano false e si erano rivelate essere ricordi contorti dei tre titani Eldrazi. Valutò che forse era quello il motivo per cui non aveva più timore delle divinità e per cui si accingeva ad affrontare una dea infuriata: rivolgere le preghiere agli dei, secondo lei, era il destino delle persone che non ne avevano mai affrontato uno.

I flussi divennero più leggeri e Kiora potè infine osservare l'esercito che aveva radunato; imponenti creature da decine di mondi che nuotavano insieme con l'ordine di un'armata ben addestrata. Emersero in quella che sembrava una superficie ribollente e Kiora scese dal dorso del serpente. In lontananza vide Thassa sotto forma di tritone, in piedi sul ponte del Monsone e si stizzì anche se non aveva più bisogno della nave e accettava che Elspeth e Ajani viaggiassero fino ai confini del mondo, non avrebbe mai permesso a Thassa di averla vinta. La planeswalker ordinò a un calamaro nero gigante di emergere di fianco alla nave e il Monsone beccheggiò e ondeggiò per l'agitazione, Arixmethes ne ebbe abbastanza della vicinanza dei leviatani minori e si immerse, Kiora pensò che non aveva importanza, che lo avrebbe ritrovato ma prima doveva occuparsi di Thassa. La dea del mare scese dal ponte del Monsone e un'enorme onda lanciò la nave verso l'alto, con aggrappati Elspeth e Ajani e Kiora pensò che i due erano riusciti a convincere Thassa ad aiutarli a raggiungere la loro meta o almeno a farli ripartire. Sperò nella loro sopravvivenza, nonostante fossero esseri delle terre asciutte, sembravano a posto e la loro missione per ciò che ne sapeva lei sembrava onorevole; li salutò con un gesto prima che scomparissero nei cieli, sospinti dalla grande onda. Nel frattempo Thassa assunse diverse forme e volteggiò sull'acqua verso di lei e infine prese la forma di tritone con in mano il bidente, la sua arma emblematica e suo simbolo di dominio sul mare. Kiora capì che sarebbe stata una dura lotta. Il mare ribollì mentre altri kraken si radunavano da tutti i mari di Theros in risposta al richiamo della dea del mare e in lontananza Arixmethes ruppe le acque con la sua mole enorme. In confronto a lui i kraken più grandi sembravano pesci d'acqua dolce. Thassa urlò che non sarebbe riuscita a ottenerlo e Kiora rise e chiamò a sè i suoi titani mentre la dea del mare faceva lo stesso; Thassa aveva un dominio superiore del mare, quindi Kiora si concentrò sul mantenere stabile la sua posizione e attese che la dea si avvicinasse. Thassa e i suoi alleati sollevarono un'onda imponente mentre il bidente della dea era puntato verso Kiora e un'ondata di acqua salata e di carne si gettò sull'esercito della planeswalker. Il serpente che lei stava cavalcando scalciò e si contorse, scattando di fronte a un'enorme piovra che riuscì ad avvolgerlo nei suoi tentacoli. Kiora si allontanò e improvvisamente vide apparire centinaia di tritoni e si chiese come avevano fatto a giungere fino a lì, Thassa diede il benvenuto ai suoi figli e ruggì con una voce che fece tremare le ossa della planeswalker, che sarebbero stati testimoni della caduta di quella finzione. Kiora capì che li aveva evocati utilizzando una grande quantità della sua forza, in modo che potessero vedere il loro combattimento e si chiese se si trattasse di orgoglio oppure se la dea ne avesse bisogno. Sicura che la potesse udire, Kiora chiese alla dea se la voleva sfruttare per ottenere qualcosa e se la loro fede in lei la preoccupasse così tanto. Thassa rispose che l'avrebbe ridotta in polvere. Kiora si chiese se la dea avesse bisogno della loro fede, se forse lei gliela aveva sottratta con la sua semplice parodia di Thassa e avesse avuto come conseguenza quella di indebolire la dea del mare per il loro combattimento. Il serpente di Kiora si fece strada non verso Thassa ma verso Arixmethes: Thassa doveva sconfiggerla per vincere ma a Kiora bastava solo creare un legame con la possente creatura. La planeswalker strinse leggermente il serpente, cercando di trovare l'equilibrio tra le forze del momento e quelle da utilizzare a breve. Il serpente si dimenò e si contorse immergendosi in profondità e saltando fuori dall'acqua, compiendo qualsiasi movimento per sfuggire agli attacchi e Kiora pensò che lei stava riuscendo a sfuggire agli attacchi, Thassa aveva al suo fianco tutti i kraken di Theros, tranne i pochi che era riuscita a convertire. Ma la planeswalker aveva portato con sè titani da una decina di mondi, esseri che la dea del mare non aveva mai nè affrontato, nè immaginato e molti di essi erano più grandi delle creature della dea, tutte tranne Arixmethes. Lentamente Kiora si rese conto che stava vincendo. Poi Arixmethes si fece strada attraverso la mischia facendo a pezzi o divorando i kraken provenienti da altri mondi, era inesorabile e Kiora notò che era grande almeno quanto Kozilek. Thassa stava cavalcando l'immensa creatura senza fatica, con il bidente in una mano, sorrise e disse che ora avrebbe imparato cosa succedeva a chi la sfidava e urlando Kiora replicò che sarebbe stata lieta di mostrare ai suoi seguaci come si poteva fare. La planeswalker capì che il momento era giunto, aprì la mano e raccolse ogni briciolo della sua forza negli antichi e apatici pensieri di Arixmethes, sentì gli altri suoi kraken iniziare a rallentare e vide anche alcuni di essi passare dalla parte di Thassa ma non le importò, niente era importante tranne Arixmethes, che aprì le sue enormi fauci grandi a sufficienza per ingoiare lei e il suo serpente in un solo boccone. Kiora e Thassa erano vicine come non lo erano mai state e lei poteva vedere ogni dettaglio sul volto della dea infuriata. Normalmente non avrebbe cercato di strappare un animale a chi lo comandava, non era la sua specialità; la sua non era proprio magia mentale, era più una magia di istinto e lei conosceva gli istinti del mare meglio di chiunque altro. Kiora inviò come pensiero alla creatura che non apparteneva a lei, ma nemmeno a Thassa e che lui aveva il controllo di sè stesso, che aveva bisogno del suo aiuto e chiese se sarebbe accorso quando avrebbe avuto bisogno di lui. Le grandi fauci della possente creatura si chiusero nuovamente e Kiora osò sperare di avere una possibilità e continuò dicendogli di unirsi a lei e che aveva bisogno di lui. Non accadde nulla, la ressa intorno a loro si fece più tranquilla dopo che molti degli alleati di Kiora erano stati uccisi o sottomessi, Thassa la schernì e disse se pensava davvero di riuscire a sottrarre un kraken alla dea del mare, la dea usò la sua magia e il serpente di Kiora si tuffò con sorprendente velocità verso i tritoni radunati, Kiora urlò di no, ma il serpente che stava cavalcando non rispondeva più ai suoi ordini e lei potè solo assistere mentre la sua creatura sterminava un esercito di tritoni urlanti, divorandone a decine. A voce alta Thassa disse a Arixmethes che poteva vedere che per Kiora lui non contava nulla, che non era in grado di mettersi contro di lei e che quindi si scagliava contro i suoi fedeli. Dietro a Kiora metà dei suoi kraken si ribellarono, anche quelli di altri mondi e la dea del mare sollevò il bidente e scagliò contro Kiora e il suo serpente un'enorme onda per sopraffarla e "proteggere" i suoi seguaci. Il serpente si arrestò all'arrivo dell'onda, Thassa le stava permettendo di sconfiggere un'altra armata di seguaci prima che l'onda colpisse solo per rafforzare il suo messaggio. Kiora scosse con furia la sua creatura e alla fine esiliò il serpente nell'etere insieme agli altri kraken che si erano ribellati al suo volere e si gettò nell'oceano come un sasso per trasformare una bizzarra caduta in una controllata discesa. L'acqua iniziò spaventosamente a ritirarsi, il bidente di Thassa brillava ardentemente mentre la dea respingeva il mare in un grande globo simile a un vortice e un'arena; Thassa urlò che quello era il prezzo del tradimento e i suoi seguaci esulltarono. Kiora cadde in caduta e non nella discesa controllata che aveva cercato di fare, non percepì il suo esercito e capì che la dea li aveva sconfitti, scacciati o ripresi sotto il suo comando, sotto di lei un pozzo d'aria si aprì fino al vuoto e spietato fondo del mare, Kiora non credeva che Thassa le avrebbe permesso di toccare il fondale, la dea voleva chiaramente dare una dimostrazione ma lei non volle correre rischi e fece ciò che Thassa non sarebbe mai stata in grado di fare: fece crescere radici e piante da quel terreno che non aveva mai visto il sole, chiuse gli occhi e atterrò su un cuscino di vegetazione. Kiora sorrise pensando che era ancora viva ed era un buon inizio, tuttavia prima che potesse liberarsi dalle liane delle mani che fuoriuscivano dalla spuma, le acque invasero quella piccola foresta, la costrinsero a inginocchiarsi sul fondo mentre un muro d'acqua inondava completamente la foresta creata dalla magia della planeswalker.

Kiora si sollevò. Intorno a lei vi erano macigni dalla superficie piatta come denti di un grande serpente. L'arena della dea del mare era diventata un anfiteatro, Thassa scese lungo la parete inclinata di fronte a lei cavalcando un'onda immacolata e i tritoni si radunarono intorno alla loro dea sporgendosi da quella parete d'acqua, formando un ammasso di silenziosi volti di disaprovvazione. Con la voce che rimbombava sull'intera distesa marina, Thassa disse a Kiora che aveva traviato il suo popolo, rapito i suoi figli, infangato il nome della sua devota Callafe e aiutato Elspeth la Traditrice. Kiora non si prese la briga di replicare a voce alta, il suo esercito era perduto, Arixmethes era tornato nelle profondità e nonostante le sue speranze, quella battaglia era terminata. Kiora cercò di raggiungere la parete d'acqua in movimento nella speranza di allontanarsi abbastanza per poter viaggiare verso un altro piano, ma Thassa scagliò il suo bidente con velocità impressionante e l'arma si rimpicciolì e si schiantò contro Kiora bloccandola su un macigno. Kiora giaceva immobile, con la superficie del bidente che le premeva sulla gola e Thassa disse che era patetica, Kiora avvolse le mani intorno all'impugnatura dell'arma e cercò di estrarre il bidente ma non ci riuscì. Soffocando cercò di raccogliere mana per un'ultima disperata magia e cercò di prendere tempo facendo continuare la dea a parlare. La planeswalker ansimò e disse che aveva ragione ed era stata una sciocca a credere di poterla sconfiggere e Thassa rise e replicò sarcastica che le sue parole erano gentili; si avvicinò a Kiora su un tappeto d'acqua in modo che i suoi piedi divini non toccassero il fondo melmoso e continuò dicendo che quella piccola tritona affermava che era stato sciocco far infuriare la dea del mare, dominatrice di ogni oceano sotto la superficie di Nyx. Kiora replicò che esistevano molti altri oceani, Thassa aggrottò la fronte e fece un movimento che conficcò il bidente ancora più nella roccia. Kiora non riuscì a respirare e si zittì. Vicina alla planeswalker, Thassa si abbassò e sussurrando con voce soffice chiese cosa intendesse dire, con la vista sempre più annebbiata lei non riuscì a rispondere e Thassa fece un movimento sprezzante con la mano e la presa del bidente sulla gola si allentò. Kiora tenne le mani salde sull'impugnatura dell'arma e la ringraziò. Thassa chiese se la ringraziava per quella lezione di umiltà. La magia silenziosa e disperata di Kiora giunse al punto chiave e la planeswalker svanì con l'arma della dea ancora stretta tra le mani. L'ultimo rumore che udì prima di scivolare tra un mondo e un altro fu l'urlo tormentato della divinità furiosa e in quel luogo tra i mondi, Kiora tenne stretto il bottino trafugato e rise.

Acque ConosciuteModifica

Ritorno a ZendikarModifica

Kiora colpì violentemente la sabbia con mani e ginocchia, con un fischio nelle orecchie e la vista annebbiata. Mentre viaggiva da un piano all'altro le era venuto in mente quando da bambina sua sorella la trascinò a sentire una storia dell'anziana Misha sulle tre divinità dei tritoni, che solo molti anni dopo si sarebbero rivelate essere i tre titani Eldrazi. Kiora vide che era tornata a casa, a Zendikar e rise. Preferì nuotare e scese sempre più in profondità verso le acque fredde e oscure in cui si univano i due oceani per diventare uno solo, fondendosi in un caos irrazionale molto più oscuro e gelido. Pensò che era stata fortunata a riuscire a tornare. La sua vista divenne più nitida, abbassò lo sguardo e vide che aveva ancora stretta tra le mani l'arma che aveva rubato a Thassa, rise e pensò che aveva vinto e che aveva sconfitto una divinità. La lancia biforcuta era ingombrante, più lunga di quanto lei fosse alta, sembrava non avere alcun peso. Kiora vide che il manto stellato che la caratterizzava come un'opera di una divinità, ciò che i popoli di Theros chiamavano il tocco di Nyx, sembrava ridursi e asciugarsi, come se stesse evaporando. Il bidente prese la forma di un corallo rinsecchito e Kiora si augurò che fosse ancora un'arma degna di una divinità. Pensò che anche se fosse stata una semplice lancia, sarebbe stato ugualmente il trofeo più splendido che avesse mai ottenuto e avrebbe potuto regalarlo a Turi come uno dei vari ricordi dei suoi viaggi, se sua sorella fosse stata ancora viva o qualcuno del suo popolo, se gli eldrazi non li avessero ancora uccisi tutti. Kiora barcollò, si sentiva ancora disorientata dopo quella battaglia magica con la dea del mare, si guardò intorno e vide che si trovava sulle rive di Tazeem e che Zendikar era ancora in vita. Kiora gridò e si gettò di corsa nelle onde spumeggianti, in modo che le acque del mare di Zendikar lavassero il fango di Theros che aveva addosso, poi corse lungo la riva e vide una distesa di spiaggia che aveva qualcosa di sbagliato, era fatta di fine grigia polvere, spugnosa e friabile e si chiese se fosse quello l'effetto degli eldrazi sul suo mondo. Una folata di vento sollevò nuvolette di quella polvere e Kiora sputò per il disgusto e si immerse nuovamente nel mare. Immaginò quella sabbiolina diffondersi negli oceani, ostruire ogni passaggio e rendere impossibile la vita. Kiora strinse il bidente e concentrò su di esso la sua volontà, i suoi sensi si espansero e sentì tutto intorno a sè la spiaggia ripugnante, un vuoto nella sua sensibilità. Lungo la riva e anche sul fondo del mare percepì la presenza di altri vuoti, luoghi morti a cui era stata sottratta la vita dall'assalto degli eldrazi. Pensò ai discendenti negli oceani e a quanto era stato terribile quando avevano attaccato la terra asciutta, ora che avevano preso di mira anche le acque diffondendo la loro corruzione anche lì. Kiora nuotò lontano dalla riva senza vita e si diresse a nord lungo la costa, alla ricerca di qualche segno di civiltà. Vide che in alcuni luoghi Zendikar era ancora sano, mentre in altri era un'avvizzita terra desolata; gli insediamenti dei tritoni sulle pianure costiere erano abbandonati o ridotti in rovina. Individuò gli eldrazi che cercavano tra le rovine e si mantenne a distanza dagli insediamenti abbandonati, cercare gli improbabili sopravvissuti non valeva il rischio di essere colta di sorpresa in quelle terre devastate. Quando il sole si abbassò all'orizzonte, trovò una caverna in alto su una scogliera, nella quale avrebbe potuto trascorrere la notte. Con l'ultimo briciolo delle sue forze Kiora evocò una piovra gigante che la sollevò fino alla caverna e poi si mise di guardia per impedire agli eldrazi di entrare.

Oltre la stretta apertura si trovava un'ampia caverna illuminata dalla luce del giorno e sulla parete lontana si trovava un'altare su cui erano raffigurate le tre divinità dei tritoni: Emeria, Ula e Cosi. Kiora pensò a quando aveva viaggiato con la sua tribù fino a un altare molto simile a quello, più di una volta, per portare doni ai piedi delle indifferenti divinità di pietra: i fedeli portavano frammenti di edro e frutti della terra per Emeria, conchiglie e perle per Ula e niente per Cosi. Ricordò quando da bambine lei e Turi si erano intrufolate per lasciare doni e sussurri segreti anche a Cosi, così come tutti i bambini che offrivano la loro devozione alla divinità proibita. Nessuno venerava apertamente Cosi, le storie su di lui erano considerate blasfeme ed era considerato vergognoso ascoltarle. Kiora si era chiesta più volte perché permettevano a chiunque di raccontare storie su Cosi ai bambini o costruire addirittura statue dedicate a lui: quelle storie le avevano insegnato a non temere le divinità e a non fidarsi di loro. Durante la sua gioventù aveva compreso che era stato un tranquillo campo di battaglia: gli onorevoli tritoni del piano avrebbero preferito cancellare dall'esistenza la venerazione per Cosi, per dimenticare completamente la divinità ingannatrice, ma i suoi seguaci, segreti e diversi, non lo avrebbero mai permesso; un ingannatore sarebbe stato capace di far svanire nella notte i problemi della tribù una volta ogni tanto, ma avrebbe potuto fare di peggio se qualcuno avesse cercato di fermarli; un ingannatore poteva essere presente in ogni tribù. Kiora grugnì, si acciambellò per dormire sotto la statua di Cosi e pensò che era stata l'unica divinità onesta dal momento che avevano sempre saputo delle sue menzogne. Sotto gli occhi di pietra di quelle false divinità, mentre teneva stretta l'arma rubata, Kiora ebbe difficoltà ad addormentarsi.

Contro gli eldraziModifica

Sul tardi del giorno seguente Kiora ritrovò il suo popolo. Vide per primi gli eldrazi che sciamavano nelle acque e attaccavano dal cielo e poi circa un centinaio di tritoni che nuotavano in formazione instabile. Kiora afferrò il bidente e si affrettò, tra i tritoni erano presenti dei soldati che mantenevano lontano la stirpe di Ulamog con reti e lance, ma le creature li stavano eliminando uno dopo l'altro. Kiora chiamò a sè le grandi creature degli abissi, udì la loro risposta e poi azionò il bidente. Vicino a un eldrazi si formò un vortice che lo scagliò lontano, usò nuovamente l'arma con un gesto più ampio e risucchiò negli abissi un altro eldrazi. Kiora rise, ma sapeva che le progenie più grandi non sarebbero cadute così facilmente. Creò altri vortici e i suoi alleati giunsero, alcune piovre giganti e un enorme serpente che abbatterono gli eldrazi più piccoli e combattevano con i più grandi. Nel frattempo i tritoni approfittarono della distrazione dei mostri per andare verso la riva, con i soldati che coprivano la ritirata. Kiora vide che il più grande degli eldrazi stava avendo la meglio sulla sua piovra e che se fosse riuscito a sopraffarla avrebbe attaccato la sua gente. Nuotò verso la riva, incanalò il potere attraverso il bidente e sentì la sua piovra crescere, inondata dalla forza degli abissi. Giunse a riva attraverso le torbide acque e si alzò trionfante, mentre la piovra stritolava l'ultima traccia di quella finta e inquietante vita del corpo del grande eldrazi. Nessuno la ringraziò per averli salvati o sconfitto gli eldrazi, ma a Kiora non importò, non era un fastidio per lei. Si sentì chiamare e vide Turi che l'abbracciò, poi si rivolse agli altri dicendo che era sua sorella e che aveva detto loro che sarebbe tornata.

La decisione di KioraModifica

Kiora chiese cosa avesse raccontato di lei e Turi rispose che era stata in luoghi di cui nessuno aveva mai sentito parlare, le portava sempre dei bei tesori e indipendentemente da quanto fosse stata via, alla fine tornava sempre. Vide il bidente e chiese se fosse per lei, Kiora rispose che l'aveva rubato alla dea del mare. Turi le fece la linguaccia e Kiora alzò una mano e disse che le stava dicendo la verità e giurò su Cosi. A quelle parole Turi impallidì e spiegò che la gente non giurava più sulle divinità e spiegò che alcuni di loro avevano visto Cosi, ovvero Kozilek, prima che se ne andasse. Avevano perso la famiglia e la casa a causa sua e chiese di pensare a come si sentissero. Kiora chiese se il titano se ne fosse andato e Turi rispose che erano mesi che nessuno vedeva più lui o Emrakul, che solo Ulamog era ancora presente e che alcuni dicevano che gli altri due erano tornati nel luogo da cui erano venuti. Kiora chiese della loro tribù e Turi disse che non sapeva nulla di loro, lei stava studiando a Portale Marino. Kiora chiese notizie su Portale Marino e l'altra rispose che gli eldrazi avevano devastato quel luogo, che lei era stata fortunata a riuscire a fuggire e che si era unita a quel gruppo per cercare di tornare a casa, vedendo Ulamog da lontano. Kiora chiese se il titano si trovava a Portale Marino e Turi urlò che non le importava sapere dove si trovasse, stava cercando di tornare dalla loro famiglia e chiese se non le interessasse sapere cosa gli era successo. Kiora appoggiò le mani sulle spalle della sorella e le disse che si era preoccupata per lei e per gli altri per tutto il tempo in cui era stata via e che era contenta di vederla sana e salva. Non c'era alcun luogo sicuro su Zendikar ed era quello il motivo per cui non si preoccupava di cercare la loro tribù, il motivo per cui sarebbe andata a Portale Marino: se non avessero fermato Ulamog sarebbero morti tutti, ovunque fossero stati. Kiora parlò accidentalmente a voce alta e gli altri si voltarono, un tritono si avvicinò, disse di chiamarsi Yenai e la ringraziò per il suo aiuto. Lei rispose che era stato un dovere e, riconoscendolo come un tritone di Sejiri, aggiunse che ora erano tutti sulla stessa barca. Yenai sembrò afflitto e Kiora non ne comprese il motivo dal momento che le divisioni tra le etnie della sua razza causavano rivalità, ma non odio e si chiese se fosse cambiato qualcosa. Lui rispose che si augurava che avrebbero percorso la stessa strada e Kiora disse che lei sarebbe andata a Portale Marino. Yenai rispose che loro provenivano da lì e non sarebbero tornati indietro. Kiora rispose che era un peccato e che pensava che avrebbe preso sua sorella e i suoi mostri marini e sarebbe andata senza di loro, ma Turi le disse di non essere sciocca, si trattava di un titano, una divinità che non poteva affrontare. Kozilek ed Emrakul se ne erano già andati e che forse anche Ulamog lo avrebbe fatto e che mettersi di fronte al suo cammino non sarebbe stato di nessun aiuto. Yenai aggiunse che non c'era alcun riparo a Portale Marino, poi salì su una roccia e disse a tutti gli altri che il loro piano non era cambiato: avrebbero proseguito lungo la costa, lontano dall'orda e da Ulamog e dopo un viaggio lungo e pericoloso sarebbero andati a Murasa. Tra la folla riunita in molti annuirono e tra loro c'era anche Turi. Kiora chiese a Yenai se conoscesse qualche storia di Cosi e l'altro rispose indignato che si trattavano di blasfemie e prese in giro. Kiora si diresse verso il mare, sfiorando con le punte del bidente la superficie dell'acqua dietro di sè; le correnti si separarono come fili, nè tocco una e la sentì muoversi. Disse che conosceva una storia in cui Cosi insegnava a un mortale a rubare la lancia di Ula, ritornò verso la riva trascinando il mare con sé, la folla era in silenzio e ascoltava attenta sebbene lei non sapesse dire se fosse per adorazione o rabbia e continuò che quel mortale prese la lancia e corse via. Quando Ula si mise a cercare la sua arma, il mortale gli sputò nell'occhio. Un'enorme onda eruppe sopra e intorno a lei, si infranse sulla spiaggia, ma si divise senza colpire i tritoni radunati e andò a sbattere contro le rocce. Kiora disse che non avrebbe atteso in qualche nascondiglio e non avrebbe rischiato la sua vita in un viaggio attraverso i mari mentre gli eldrazi divoravano l'intero mondo: sarebbe andata a Portale Marino per resistere e combattere. Sollevò il bidente e chiese se qualcuno sarebbe andato con lei. Yenai replicò che non aveva senso e Turi disse che non poteva tornare laggiù e la pregò di non farlo e che era appena tornata da lei. Kiora le promise che sarebbe tornata e Turi rispose che l'avrebbe aspettata. Lei evocò un serpente per viaggiare velocemente verso Portale Marino e una mezza decina di tritoni si spostarono discretamente al suo fianco. Kiora disse sommessamente che sua sorella avrebbe viaggiato con Yenai e che aveva bisogno di qualcuno che si prendesse cura di lei. Una donna annuì e tornò indietro, Kiora si voltò verso la spiaggia dove tutti gli altri erano rimasti a guardare con espressioni che variavano dall'addolorato, al furioso o al semplice sfinimento; augurò loro buona fortuna e poi salì sul serpente insieme alla sua nuova banda. Imparò i nomi dei suoi compagni, udì i loro tetri racconti di come la vita su Zendikar fosse peggiorata e scoprì che Bala Ged e Sejiri erano caduti. Raccontò loro il modo in cui aveva rubato il bidente e giurò che ogni parola era vera. Il serpente continuò a nuotare, Portale Marino li chiamava e Ulamog li attendeva.

La liberazione di Portale MarinoModifica

Arrivata a Portale Marino dal versante di Halimar, Kiora fece arrampicare la sua piovra gigante fino a metà scogliera e poi salì su un tentacolo e si fece sollevare verso l'esercito che stava combattendo contro gli eldrazi. Vide un uomo che la osservava, sorrise e gli chiese se lui avesse portato un esercito per aiutarla a conquistare la città e poi si presentò. Lui si presentò come Gideon Jura, comandante di quell'esercito, giunto lì per riconquistare Portale Marino. Kiora si mise a ridere e sollevò la sua lancia, rivelando la marmaglia di creature marine al suo seguito; aveva affrontato una vera dea e le false divinità non sarebbero riuscite dove Thassa aveva fallito. Con gli occhi spalancati, Gideon chiese se lei fosse stata su Theros, Kiora gli fece l'occhiolino e lui disse che in quel caso sarebbe stato lieto di accettare il suo aiuto. Le creature marine iniziarono ad attaccare gli eldrazi, Kiora disse che la battaglia per riconquistare Portale Marino era iniziata e che lui e il suo esercito si sarebbero dovuti affrettare per non restare indietro. Il tentacolo riportò Kiora nell'oceano affinché si potesse unire alla battaglia insieme alle sue creature.

A battaglia terminata, Kiora si uni a Gideon, Nissa Revane e gli altri comandanti al grande faro per osservare la città riconquistata dall'alto.

Allineamento di EdriModifica

Dopo che Jori En avvertì Gideon e gli altri dell'arrivo di Ulamog, i comandanti discussero sulla nuova mossa da fare. Kiora propose di rimanere a combattere e aggiunse che la sua arma era abbastanza potente da uccidere il titano. Drana e Nissa furono d'accordo con lei sul restare, mentre Tazri si disse contraria e suggerì di evacuare. Gideon decise che sarebbero rimasti a combattere, mettendo fine alla lite. Proprio in quel momento arrivò Jace Beleren e Gideon lo informò della preparazione di un attacco di massa contro Ulamog. Ora che anche lui era tornato, le loro probabilità di successo erano aumentate e chiese degli edri. Kiora aveva ascoltato Gideon in silenzio, ma quando lui nominò gli edri disse che non avevano bisogno di quelle pietre, che avevano la sua arma e un esercito di creature marine, che ciò di cui avevano bisogno era muoversi e non parlare e che sarebbe stata lei a guidare l'attacco per uccidere Ulamog. Jace rispose che se fossero scesi in campo senza organizzazione, sarebbero semplicemente morti. Kiora gli disse che il suo alone di mistero e i suoi sotterfugi mentali non avrebbero avuto effetto su di lei e Jace rispose che non aveva intenzione di usare nessun sotterfugio con loro. Visto che i due non si conoscevano, Kiora si presentò e Jace le chiese se avesse già avuto l'occasione di usare la sua arma per distruggere qualcosa di equivalente a Ulamog. Kiora roteò il bidente e rispose che non poteva immaginare le imprese che aveva compiuto la sua arma. Jace comprese subito la risposta evasiva e replicò chiedendo se fossero state compiute dalla sua mano. Kiora cambiò tono, irrequieta, rispose che ora l'arma era nelle sue mani ed era tutto ciò che contava; era pronta a combattere e fece un gesto per incitare gli altri ad andare con lei. Jace la ignorò e disse che per fermare Ulamog avevano bisogno di creare una trappola: una rete di edri che avrebbe imprigionato il titano impedendogli di causare altra distruzione. Nissa era contraria, gli eldrazi erano stati intrappolati lì per troppo tempo e Zendikar aveva già sofferto abbastanza. Jace le rispose che la trappola non doveva essere permanente, ma abbastanza resistente da dar loro il tempo di capire come distruggerlo. Kiora disse che aveva già detto come distruggere il titano e sfoggiò la sua arma camminando verso la finestra. Si rivolse a Nissa e le chiese se sarebbe andata con lei, l'elfa annuì e subito dopo anche Drana disse che sarebbe andata dove ci sarebbe stata la battaglia. Gideon si intromise e ordinò a tutti di fermarsi, ma fu Jace a otterene la loro attenzione, spiegando che qualsiasi attacco che non fosse riuscito a distruggere il titano, lo avrebbe solo spinto ad abbandonare Zendikar e a viaggiare verso un altro mondo. Kiora replicò che per lei mandare via Ulamog sarebbe stato un buon risultato e una liberazione. Sporse il braccio fuori dall'apertura e il tentacolo di una piovra le si avvicinò. Fece un gesto verso Nissa, ma l'elfa esitò e guardò Jace incerta. Jace disse che non avrebbero nemmeno saputo su quale piano sarebbe finito, guardò Kiora e continuò che Ulamog avrebbe seminato la distruzione anche lì, che altre persone e altre terre sarebbero state distrutte e avrebbe continuato a vagare e a distruggere in eterno, a meno che loro non lo avessero fermato su Zendikar. Kiora scivolò sul tentacolo e rispose che loro lo avrebbero fermato, Jace entrò nella sua mente e le chiese telepaticamente di non farlo. In risposta alla sua richiesta, Kiora si mosse velocemente e lo attaccò con la sua arma, venendo però fermata da Gideon, che intervenne per proteggere Jace deviando il suo attacco. Subito dopo lei se ne andò da sola.

L'ascesa di KozilekModifica

Kiora scese armoniosamente dalle frastornanti altezze di Portale Marino, sull'estremità di un imponente tentacolo e afferrò il bidente con il quale avrebbe ucciso una divinità. Pensò che i planeswalkers avrebbero dovuto avere una visione oggettiva. Il pensiero di affrontare Ulamog era così elettrizzante, lei aveva l'arma giusta e sicuramente qualcuno avrebbe voluto condividere il momento di trionfo che avrebbe provato quando avrebbe ucciso il titano. La piovra gigante si immerse sotto la superficie. Laggiù, in attesa nelle acque poco profonde vicino a Portale Marino, si trovava il suo esercito, quello che i camminatori delle terre asciutte avevano scartato: cinque Ingannatori e un'intera legione di mostri marini. Quando Kiora arrivò tra loro, Shen le chiese quale fosse il piano e lei rispose che si sarebbero dovuti dividere. Yesha chiese se qualcosa non andava e Kiora rispose che Ulamog stava arrivando e aggiunse che a Portale Marino aveva ottenuto nuove informazioni: non era necessario uccidere il titano, bastava ferirlo e lui avrebbe abbandonato Zendikar. Yesha replicò che se Ulamog era in grado di andarsene, sarebbe stato anche in grado di tornare, Kiora rispose che era in grado di seguirlo. Shen chiese nuovamente del piano e Kiora rispose che Gideon e gli altri volevano attirare Ulamog in una specie di trappola di edri. Aggiunse ironicamente che quella era un'idea brillante per chi era in grado di andarsene subito dopo aver portato a termine il proprio compito. Gli Ingannatori emisero un suono di disprezzo e Kiora continuò che il suo piano era quello di uccidere il titano e che, fortunatamente, il piano di Gideon era compatibile con il loro fino a un certo punto: avrebbero attaccato Ulamog con tutte le loro armi approfittando del loro diversivo. Si rivolse a Tola, Inash e a Runari e disse loro che sarebbero rimasti lì ad aiutare gli altri con la trappola di edri e, se fossero stati illuminati dalla ragione, di aiutarli a uccidere il titano; in caso contrario avrebbero fatto ciò che dovevano. I tre ingannatori annuirono e nuotarono via, Kiora si voltò e si allontanò da Porlale Marino, verso l'oceano, seguita da Shen, Yesha e la metà delle sue armate. Mentre proseguiva pensò che gli Ingannatori non la seguivano perchè era una planeswalker e neanche per il suo potere: la seguivano perchè volevano far parte della storia che stava scrivendo; una storia relativa al furto di un'arma da una divinità, utilizzata per ucciderne un'altra. Quando furono abbastanza lontani, Kiora disse che per migliaia di anni i loro progenitori avevano adorato inconsapevolmente i titani eldrazi e che probabilmente alcuni del loro popolo lo facevano ancora. Loro che avevano conservato la fede in Cosi sapevano che non vi era nulla di speciale nelle divinità, non esisteva alcun concetto di divinità; esisteva solo il potere: qualsiasi essere con un potere sufficiente, soprattutto se antico, poteva proclamare se stesso come una divinità. Concluse che dovevano ricordarsi però che gli eldrazi non erano gli unici esseri che il loro popolo aveva venerato. I suoi due compagni compresero e spalancarono gli occhi. Kiora tenne il bidente di fronte a sè, incanalò tutto il suo potere, espanse la propria mente fino alle lontane rive di Murasa e in quelle acque lo trovò. In passato, Kiora non aveva mai osato chiamarlo; a quei tempi non era sicura che ne avesse avuto il diritto, ma ora era il bidente a chiamarlo e sapeva che lui avrebbe risposto: evocò Lorthos. Tramite il bidente Kiora parlò mentalmente con lui e lo supplicò di combattere gli intrusi nel mare insieme a lei. Dopo una breve titubanza, la piovra accettò e permise ai tre tritoni di viaggiare con lui. Kiora vide che Lorthos sapeva dove andare, poteva percepire l'intrusione del titano nel suo mare.

Man mano che si avvicinavano alla riva, le acque diventarono meno profonde e Lorthos iniziò a trascinarsi con i tentacoli. Kiora vide che il piano degli altri planeswalkers stava funzionando: Ulamog era stato imprigionato in una rete di edri e non sembrava in grado di liberarsi. Guardando il titano pensò che Lorthos sembrava piccolo a confronto e in un combattimento faccia a faccia non avrebbe avuto nessuna possibilità da solo; era fortunato ad avere lei. Poi qualcosa andò storto e gli edri iniziarono a crollare. Kiora non riuscì a capire la causa, ma il suo effetto era evidente: Ulamog era nuovamente libero. Incitò Lothos ad andare più veloce, sorrise e si mise in piedi e pensò che finalmente avrebbe punito Ulamog per ciò che aveva fatto al suo popolo e al suo mondo, per la distruzione provocata dalla sua liberazione e per i millenni di inganni. Gli urlò di voltarsi e affrontarla, ma il titano la ignorò e lei pensò che fosse un codardo. Le acque iniziarono ad agitarsi, inizialmente Kiora pensò che si trattasse della sua stessa furia incanalata inconsciamente attraverso il bidente, ma poi comprese che si trattava di qualcosa di diverso e vide che anche Kozilek era arrivato sul campo di battaglia. I due titani si avvicinarono tra loro e per un breve istante Kiora pensò che avrebbero lottato tra loro per il privilegio di divorare Zendikar; invece si sfiorarono lenti e tranquilli e subito dopo Kozilek si voltò verso di lei. Mentre osservare il titano che si avvicinava, si chiese chi le avesse dato l'idea di poter sfidare le divinità e quale situazione l'avesse portata verso quello scontro. Pensò che nella sua fretta di affrontare Ulamog aveva dimenticato l'aspetto più importante delle storie di Cosi: alla fine era la divinità ingannatrice a vincere sempre, non i mortali che ne seguivano l'esempio. Kiora aveva ingannato Thassa e aveva pensato di umiliare Ulamog, ma alla fine era stata a sua volta ingannata da Kozilek. Uno strano movimento di Shen la riportò alla realtà. Si trovava al suo fianco e intorno alla testa aveva frammenti di ossidiana come quelli del titano; poi l'attaccò. Kiora non perse tempo, sollevò il bidente e lo uccise. Nel frattempo Kozilek era giunto e i suoi tentacoli battagliavano furiosamente con quelli di Lorthos. Kiora fece fluire il potere del bidente in lui per sostenerlo, ma nonostante tutto era in inferiorità. Uno degli attacchi di Kozilek mancò di poco Kiora, che guardò verso di lui, ma il titano non ricambiò lo sguardo; la sua concentrazione era tutta su Lorthos, perchè la piovra gigante era l'unico nemico della sua statura, mentre Kiora e il suo prezioso bidente erano insignificanti. Kozilek sconfisse e uccise Lorthos con facilità e mentre la piovra gigante moriva, Kiora comprese il suo errore, perse l'equilibrio e cadde. Durante la caduta il bidente le scivolò tra le dita e osservò impotente il suo trofeo che si allontanava. Pensò che aveva ucciso tutti coloro che avevano creduto in lei e nelle sue storie, la sua unica consolazione era che almeno sua sorella non l'aveva seguita. Colpì l'acqua e l'oscurità l'avvolse.

Sotto la superficieModifica

Dopo essere stata sconfitta, Kiora si ritrovò nell'oceano, con una gamba spezzata. Sentì qualcuno urlare, chiese aiuto e poco dopo vide Jori En avvicinarsi a lei. L'altra chiese cosa fosse successo e Kiora rispose che aveva vinto Kozilek e perso il bidente. Jori si concentrò sulla gamba e con attenzione rimise a posto l'osso, poi Kiora guarì la ferita con la magia. Ripeté che il bidente non era lì e Jori replicò sarcasticamente che le dispiaceva per la sua perdita, poi indicò la carneficina causata dai due titani e le disse di guardarsi intorno e di perdonarla se non aveva alcun interesse nella sua arma. Kiora replicò che quella era l'unica speranza che avevano avuto e che quando si trovavano al faro lei era stata l'unica a comprendere il suo potere. Jori rispose che il bidente aveva fallito e Kiora replicò che non era la stessa cosa: Kozilek aveva vinto e liberato suo fratello e ora entrambi i titani vagavano liberi. Chiese se il suo piano fosse di nascondersi e aspettare la fine; non ottenne nessuna risposta e continuò che Kozilek aveva svelato i suoi stratagemmi, ora lo conoscevano e dovevano solo recuperare il bidente, ma aveva bisogno del suo aiuto. Dopo un istante Jori chiese dove si trovasse l'arma e Kiora rispose che glielo avrebbe mostrato.

Le due scesero in profondità e nuotarono verso il lembo di terra che si estendeva dalla costa per giungere fino a un'estremità di Portale Marino. Kiora disse che nella parete della scogliera c'era un'apertura, la corrente le avrebbe portate nella zona dove si trovava l'arma e di tenersi pronta. Dopo un attimo la realtà venne compressa e tutto accellerò a causa del campo distorcente di un discendente di Kozilek. Le due riuscirono a evitarlo e a proseguire verso l'ignoto, poi arrivarono in una rete di caverne che erano state alterate da Kozilek. Dopo che superarono altri ostacoli, Kiora disse che il bidente si stava muovendo verso la superficie. Dopo che Jori riuscì a recuperarlo, lo consegnò a Kiora. Lei sorrise, disse che era tempo di uscire di lì, usò il potere del bidente e le acque dell'oceano girarono intorno a loro per poi trasportarle insieme all'arma.

Sull'orlo dell'estinzioneModifica

Insieme a Jori, Kiora si riunì a Tazri e gli altri sopravvissuti e il gruppo iniziò a discutere su come dovevano attaccare i titani. Mentre ne parlavano, Gideon e i suoi amici tornarono e quet'ultimo disse che credeva di averla persa e Kiora rispose che avevano perso molte cose, ma in ogni caso ora erano tutti lì e chiese quale sarebbe stata la loro prossima mossa. Sentendo quelle parole Jace scattò, lei se n'era andata forzando loro la mano, portando la sua flotta alla distruzione. Kiora rispose che diceva il vero ed era il motivo per cui si trovava lì, per chiedergli cosa dovevano fare insieme e aggiunse che aveva pensato che lui avrebbe gradito un gesto di umiltà da parte sua. Gideon intervenne prima che l'amico potesse rispondere e disse che apprezzavano il suo gesto e Kiora sorrise. Tazri disse che i soldati erano sparpagliati, stava cercando di raggrupparli, ma gli eldrazi erano ovunque. Gideon rispose che Jace aveva un piano e tutti si voltarono verso di lui con sguardi carichi di speranza.

Kiora osservò il glifo che il telepate mostrò loro con le sue illusioni e ascoltò le sue spiegazioni. Quando Jace concluse che la loro unica possibilità era uccidere i titani, Gideon chiese come potevano riuscirci e cosa gli facesse credere che fosse possibile e l'altro risposte che Ugin gli aveva detto qualcosa che gli aveva fatto pensare che fosse possibile. Kiora disse che quel momento era stato prima che dicesse che avrebbero dovuto imprigionare Ulamog e che non ne aveva parlato e Jace rispose che non aveva detto nulla perchè Ugin sembrava pensare che uccidere un titano fosse una cattiva idea e lui gli aveva promesso che avrebbe evitato quella soluzione se fosse stato possibile. Il telepate continuò che avevano bisogno di far avvicinare i due titani abbastanza da permettere a Nissa di intrappolarli entrambi nella stessa prigione di leyline. Kiora notò che agli eldrazi non importava nulla di loro e che avrebbero ignorato la loro provocazione e Jace rispose che loro erano attirati dalla concentrazione di vita e che quindi avevano bisogno che i sopravvissuti fossero stati tutti posizionati per affrontare Ulamog e Kozilek. Gideon chiese i dettagli del piano e Jace iniziò usando la metafora dell'uomo e della pozza d'acqua e alla fine spiegò che dovevano portare i due titani completamente nel mondo fisico per ucciderli, tuttavia non sapeva in che modo ed era il motivo per cui il suo era un mezzo piano. Kiora lo criticò e Jace replicò che la sua strategia era quella di presentare quel problema ai suoi intelligenti ed esperti alleati dai tanti talenti e vedere se erano in grado di offrire idee utili. Nissa rispose che lei poteva farlo, però era complicato e preferiva mostrarglielo.

Dopo che Jace uscì dalla mente di Nissa, disse ai suoi compagni che avevano un piano: avrebbero attirato i titani, utilizzato le leyline per risucchiare le loro essenze in Zendikar e lasciato che il piano li divorasse. Kiora disse che sembrava semplice e Jace rispose che era complicato, ma lui e Nissa pensavano che poteva funzionare. Le disse che conosceva le sue abilità meglio di lui e di dirgli che ruolo pensava di poter avere e lei rispose che avrebbe svuotato il bacino dall'acqua in modo che le truppe avessero avuto un terreno asciutto su cui muoversi. Jace si rivolse a Gideon e Chandra e disse loro cosa dovevano fare e Kiora chiese che cosa avrebbe fatto lui e questi rispose che avrebbe coordinato le posizioni di ugnuno di loro, l'inizio della magia di Nissa e le azioni in caso di fallimento. Con disgusto Kiora disse che sarebbe stato il comandante, ma Jace replicò che quello era il ruolo di Gideon e che la sua sarebbe stata "gestione". Aggiunse che una volta che il loro piano avesse avuto inizio, i titani sarebbero potuti cambiare. Lo ieromante chiese cosa intendesse e lui rispose che sarebbero potuti diventare più grandi. Kiora disse che avrebbero fatto a modo suo, ma se non avesse funzionato, avrebbe fatto i conti con lei. Jace rispose che in quel caso dubitava che lei si sarebbe dovuta preoccupare di lui. Subito dopo, Kiora si allontanò con Jori.

L'ultima possibilità di ZendikarModifica

Kiora si occupò delle progenie in arrivo da sud, come le aveva chiesto telepaticamente Jace e fece in modo che il percorso dei soldati rimanesse libero. Pensò che il piano di attirare i titani stesse funzionando, ma quella era la parte più facile, il compito più importante e difficile sarebbe toccato al mago mentale e all'elfa con una magia improvvisata, mai realizzata e pericolosamente intangibile. Ancora più preoccupante era il desiderio di attirare i titani completamente nel piano e valutò che nessuno di loro poteva comprendere l'impatto che la loro azione avrebbe avuto sul mondo: sarebbe stata una congettura a determinare la vittoria o la rovina. Tuttavia, sarebbe stata lieta di sbarazzarsi per sempre degli eldrazi, avrebbe atteso e avrebbe visto l'esito con i suoi occhi. Un intenso vento si scatenò e il cielo si annebbiò, Kiora vide Jace osservare lo schema delle leyline che si stendevano nella valle, sotto i piedi di Nissa, e udì i sussurri della comunicazione telepatica tra i due, come se stesse ascoltando due fantasmi che chiacherravano e colse vagamente parole relative alla forma del glifo, allo schema delle leyline, a un cerchio infrangibile e a uno schema di intenso mana. Ulamog e Kozilek caddero nella trappola: Nissa completò il glifo, le leyline avvolsero i titani e le linee di mana li ancorarono a Zendikar. La magia dell'elfa spinse completamente i titani nel mondo fisico, facendoli diventare più grossi, le loro forme inglobarono tutto, dando l'impressione che Zendikar si trovasse all'interno dei due. Il glifo magico stava lentamente e gradualmente erodendo Ulamog e Kozilek, ma contemporaneamente anche la terra del piano stava andando incontro alla distruzione, ma molto più rapidamente. Kiora sentì Jace dirle di usare le sue onde e di spazzare via le orde delle progenie per dare più tempo a Nissa e lei lo fece.

Comprendendo che i titani sarebbero morti solo insieme al mondo, Kiora disse a Nissa di lasciarli liberi perchè non avrebbe funzionato, avevano fatto del loro meglio, ma Zendikar sarebbe morto insieme a loro; i due eldrazi volevano andarsene e dovevano lasciarli liberi, avrebbero combattuto contro di loro in una seconda occasione. Nissa scosse la testa e Jace, con espressione severa, urlò che i titani dovevano essere distrutti o avrebbero condannato ogni altro mondo, rischiando milioni di vite. Kiora replicò che stavano condannando quel piano, Zendikar si stava spezzando e loro sarebbero stati distrutti con esso. Jace rispose con decisione di lasciare che il piano venisse completato, ma Kiora replicò che se non voleva fermare lui tutto ciò, lo avrebbe fatto lei. Cavalcando un'onda la tritona arrivò da loro ed evocò un'enorme massa d'acqua, intimando Nissa di liberarli, dopo un po' disse che il tempo per decidere era scaduto e scagliò l'intero mare contro l'elfa. Jace si mise tra le due e fermò l'attacco: il mare scagliato da Kiora si divise in due e ogni metà si divise a sua volta; la massa si dissolse e divenne nebbiolina, mentre l'acqua inondò e spazzò via le progenie. Stupita, Kiora non si mosse per un lungo secondo, poi ruggì, non parole bensì sconnessi suoni di furore. Protetta da Jace, Nissa passò tutto il mana di Zendikar a Chandra e la piromante scatenò la sua magia sui titani uccidendoli.

Quando tutto finì, Kiora non provò alcuna speranza né alcun dolore, aiutò alcuni sopravvissuti ad alzarsi e poi vide Chandra distesa sul fango priva di sensi. La piromante si svegliò e i loro sguardi si incrociarono e senza dire nulla Kiora tese la mano per aiutarla ad alzarsi, ma, quando l'altra l'afferrò, fece una smorfia e la ritirò, la lasciò a terra e si allontanò. Kiora si guardò intorno e vide gli altri sopravvissuti, poi mise il suo bidente sulla schiena, osservlò i volti rigati e sporchi degli alleati e si voltò verso l'orizzonte. Si lasciò alle spalle le rovine di Portale Marino e iniziò a camminare.

ReferenzeModifica

Rappresentata inModifica

Testi di coloreModifica

Carte associateModifica

GalleriaModifica

CuriositàModifica

  • Kia Ora è il saluto maori (stammi bene), mentre Atua è il nome di un dio maori.
  • Kiora è comparsa per la prima volta in Duels of the Planeswalkers (2009).
  • Nel gennaio 2014, rispondendo a una domanda sul perchè Kiora non sia stata stampata col suo cognome, Mark Rosewater ha affermato che hanno scoperto in seguito che il nome completo era offensivo in un'altra lingua. Così, hanno deciso di non utilizzarlo più.
  • Doug Beyer ha dichiarato che "Atua" non è più parte del nome di Kiora.
PLAN Attuali: Ajani - Angrath - Arlinn Kord - Ashiok - Chandra Nalaar - Dack Fayden - Daretti - Domri Rade - Dovin Baan - Garruk - Gideon Jura - Huatli - Jace Beleren - Jaya Ballard - Jiang Yanggu - Karn - Kaya - Kiora - Koth - Liliana Vess - Mu Yanling - Nahiri - Narset - Nicol Bolas - Nissa Revane - Ob Nixilis - Ral Zarek - Rowan Kenrith - Saheeli Rai - Samut - Sarkhan Vol - Sorin Markov - Tamiyo - Tezzeret - Tibalt - Ugin - Vraska - Will Kenrith
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